Il ragazzo più felice del mondo Recensione

Titolo originale: Il ragazzo più felice del mondo

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Il ragazzo più felice del mondo: recensione del film di Gipi presentato al Festival di Venezia 2018

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Il ragazzo più felice del mondo: recensione del film di Gipi presentato al Festival di Venezia 2018

Gipi ha per le mani una storia bellissima, e il suo problema è come raccontarla: questa è la premessa di Il ragazzo più felice del mondo. Dove la storia è bellissima davvero, e il problema di come raccontarla diventa l’impianto stesso del racconto.
Mettendo da parte l’esordio di L’ultimo terrestre, tutto quello fatto da Gipi al cinema (e in tv) successivamente è d’altronde incentrato su sé stesso e la sua vita, e il metacinema è dietro l’angolo costantemente. Qui l’angolo lo ha voltato e sta in mezzo alla strada.

La storia bellissima è quella, vera, di una persona che da oltre vent’anni invia lettere ai principali fumettisti italiani, fingendosi un fan adolescente e chiedendo di poter ricevere un loro disegno in regalo.
Il problema è che non ci sono i soldi per girarne un film, e se ci sono sono pochi, e quando arrivano la produzione stravolge tutto; e poi c’è l’ossessione di Gipi per raccontarla, e la questione della privacy di questa persona, e le problematiche produttive e morali che comporta.

Auto-analitico e auto-critico come al solito, e come al solito spiritoso e intelligente, Gipi mette ancora una volta sé stesso al centro del racconto, per far sì che gli altri suoi protagonisti demoliscano questa sua centralità, e la vanità che sta dentro tutti noi.
E dalle sue ossessioni (le storie da raccontare, il disegno, il mondo, l’internet e i social) è in grado di costruire un racconto che è tutto tranne che solipsistico, e che è capace di contenere - anche attraverso forme di scrittura e di messa in scena non convenzionali - il cinema, la sua grammatica, la sua storia. Forse anche la sua filosofia.

E quindi in Il ragazzo più felice del mondo si parla da un lato del raccontare e del racconto (anche e soprattutto di sé, che in tempi social è diventato preponderante), di autofiction, di quello che viene definito storytelling. E si parla anche di cosa vuole dire fare un mestiere che si espone al giudizio di un pubblico, e di come i fan di una volta si siano trasformati degli ultrà o negli hater di oggi.
C’è forse, rispetto a cose precedenti del pisano, un pizzico di compiacimento, di autoconsapevolezza, di furbizia di troppo. C’è meno spontaneità, ma in fondo lo sguardo di Gipi è ancora capace di essere puro come quello di un bambino.
D’altronde, lo dice lui stesso nel film, i disegnatori sono quelli che rimangono bambini tutta la vita, perché continuano a fare quello che tutti i bambini hanno fatto, disegnare, e che i più poi smettono di fare.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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