“La stampa mondiale è ossessionata dai film degli Oscar”: Thierry Fremaux fra Netflix e il cinema che cambia

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“La stampa mondiale è ossessionata dai film degli Oscar”: Thierry Fremaux fra Netflix e il cinema che cambia

"Me ne frego degli Oscar". Nel pieno della passione retorica Thierry Fremaux, direttore di Cannes, è arrivato a rivendicare radicalmente il ruolo del festival come istantanea del cinema mondiale nel mese di maggio; tutto, da quello coreano a quello giapponese o egiziano. Ospite degli incontri organizzati da Antonio Monda alla Festa del Cinema di Roma, Fremaux ha confermato le sue capacità di intrattenitore e risposto senza censure alle domande sul rapporto con Netflix e sulle critiche alla scorsa edizione di Cannes. Rinfrancato dal successo del suo secondo lavoro, quello al Lumière Festival, conclusosi da pochi giorni con 180 mila spettatori in una settimana, ha analizzato la situazione in movimento costante del cinema, alle prese con una fruizione sempre più diversificata. “Aspetteremo cosa succederà in episodio 3, nel 2019”, ha poi detto riguardo alla possibilità di tornare ad avere film delle piattaforme di streaming l’anno prossimo, dopo averli avuti in concorso nel 2017, e non più lo scorso anno dopo la richiesta imperante degli esercenti, molto rappresentati nel consiglio d’amministrazione della manifestazione.

Quello che cambia è il cinema, non sono i festival”, ha esordito Fremaux. “Si deve reinventare, in un periodo di crisi, di rottura, ma anche di celebrazione, ora che è rimessa in causa la forma tradizionale del cinema: dalla condivisione in una sala con un grande schermo alle piattaforma con una fruizione individuale. Bisogna guardare all’avvenire, ma anche proteggere quello che abbiamo. Vengo da Lione, dove c'è Rue du premier film, la via del primo film, che nel mondo è solo lì, da Lumière, anche se gli americani protestano dicendo che il cinema l’ha inventato Thomas Edison. Ma il suo cinescopio era una macchina individuale, mentre Lumière la vide e pensò che ci voleva qualcosa di più collettivo e sociale. Per usare il cinescopio bisognava pagare - la filosofia americana - tanto che Edison, vedendo il cinematografo pensò che il francese fosse pazzo, visto che non poteva neanche controllare che tutti pagassero in quelle sale affollate. Lumiére ha vinto per 120 anni e forse ora la visione individuale delle piattaforme di streaming rappresenta la vendetta di Edison. Ma non è una rivalità, le due cose si possono addizionare, come con i dvd, ma certo è diversa la visione a casa, dove ci si alza per prendere una birra o un pezzo di cioccolato, o si va a dormire per riprendere il giorno successivo. Per la prima volta cambia la definizione dell’opera, visto che le piattaforme producono dei film: sono cinema anche se non vanno nelle sale? Non risponderò alla domanda, ma bisogna che noi cinefili ce la poniamo”.

“Non è vero che Cannes ha avuto una posizione dura contro Netflix. Nel 2017 abbiamo invitato due loro film in concorso, quest’anno il consiglio d’amministrazione mi ha domandato di non invitarli, se non fuori concorso, laddove non sia prevista un’uscita in sala. Lo scorso anno posso dire che erano furiosi con me, gli esercenti, che sono molto potenti in seno al consiglio. Sono inquieti, li capisco, protestano con ragione, dal loro punto di vista. Dal mio, voglio prendere tutti i film che meritano, allora aspettiamo per il 2019 l’episodio 3, non conosco ancora la risposta. In Francia i tempi solo spesso lunghi, sono in corso discussioni sia con gli esercenti che con Netflix e le altre piattaforme, con cui c’è un rapporto d’amicizia e un contatto costante. I festival sono un laboratorio. Cuaron la scorsa settimana a Lione mi ha lusingato dicendo pubblicamente che Roma è nato in una serata, al festival messicano di Morelia, in cui eravamo ubriachi di mescal e gli dicevo che doveva tornare in Messico a fare dei film intimi, personali. Sono molto legato a lui e alla banda messicana. Già a novembre avevo visto Roma e l’ho invitato in concorso a Parigi, mentre eravamo a cena in un ristorante italiano. Quando poi mi ha detto che avevano venduto il film a Netflix ho subito capito che ci sarebbero stati problemi per averlo, per la cronologia francese dei media. L’ha mostrato il mio amico Alberto Barbera e quando sono andato a vederlo a Venezia ho incontrato Cate Blanchett (presidente di giuria a Cannes 2018 ndr), che mi ha detto che aveva visto il 22° film del concorso di Cannes”.

Non ha mancato l’occasione di togliersi qualche sassolino dalle scarpe, ricordando come i critici l’abbiano criticato per il rinnovamento di quest’anno, con la metà di autori mai presenti prima in concorso, denunciando l’assenza di quei ‘soliti sospetti’ la cui presenza eccessiva veniva criticata negli anni precedenti. “Non parlo che dei film presentati”, ha detto ammettendo però di aver più volte cambiato idea sui film scartati, sottolineando come alcuni titoli funzionino meglio a Venezia che a Cannes, dove “la stampa è più esigente e vuole vedere due capolavori al giorno. Tavolta è pericoloso per alcuni andare a Cannes e io li devo proteggere, poi magari scarto dei film che a Venezia vincono, come è successo varie volte; ma a Cannes non avrebbero vinto”. Sono quattro i capisaldi di Cannes, secondo il suo direttore: “autori, star, stampa e professionisti del mercato”.

Ancora sulle critiche all’edizione 2018, così ha precisato. “Molti hanno elogiato Venezia e criticato noi, perché loro avevano i film americani, i tanto ricercati film degli Oscar. Ma cos’è questa ossessione per il cinema americano? Il principio di un festival è il suo essere universale, il suo rappresentare il mondo intero. Barbera quest’anno non ce l’aveva Un affare di famiglia di Kore’eda. Noi avevamo film coreani, giapponesi, egiziani. Venezia fa il suo gioco, ma io me ne frego degli Oscar. Cos’è questa ossessione per una notte di marzo che impegna tutti da luglio all’inverno? Li adoro gli oscar, ci vado ogni anno, per carità, come amo il cinema americano, ma come selezionatore fotografo la situazione del cinema internazionale al mese di maggio, se volessi solo cinema americano mi sposterei a settembre. Perché la stampa mondiale deve sempre usare un orologio americano per scandire l’anno cinematografico?”



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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