Into the Wild, i 10 anni dell’arte di vivere nei boschi

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Into the Wild, i 10 anni dell’arte di vivere nei boschi

"Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto.”

È il 1854 quando un libro, Walden ovvero Vita nei boschi, rivoluziona per sempre il rapporto fra gli americani e la natura. Si tratta del resoconto di due anni, due mesi e due giorni di vita - fra il 1845 e il 1847 - dello scrittore Henry David Thoreau, in cerca dell’intimità assoluta fra se stesso e la natura. Un diario scritto in una capanna di legno sulle sponde del lago Walden, nella parte più selvaggia, almeno all’epoca, del Massachussetts. Walden segnerà poi, un secolo dopo, un riferimento cruciale per la controcultura americana, in particolare per la Beat Generation, con la sua negazione della modernità delle metropoli in favore di un ritorno alla natura. Gli stessi Allen Ginsberg e Jack Kerouac lo citarono esplicitamente e più volte come testo faro.

Dobbiamo fare un salto ancora di una trentina d’anni prima che Walden appaia sulla scrivania del ventiduenne Christopher Johnson McCandless, promettente giovane di famiglia borghese. Nel 1990, appena laureato in Storia e Antropologia con voti molto alti, si mise in viaggio per il West americano da solo, dopo aver donato in beneficienza oltre 20 mila dollari. Utilizzò la sua auto, una Datsun B210 gialla del 1982, comprata l’ultimo anno del liceo e da lui spesso utilizzata per viaggiare durante l’estate. La macchina fu poi trovata nel deserto del Mojave, mentre Chris arrivò fino all’Alaska nella sua ricerca sempre più ossessiva di una vita che avesse senso. Una storia, la sua, raccontata per la prima volta da Jon Krakauer sulla rivista Outsidenel gennaio 1993, nell’articolo “Morte di un innocente”, diventato poi tre anni dopo un libro, Nelle terre estreme, rivelatosi un inatteso bestseller tradotto poi in quattordici lingue. Scritti del suo diario - rinvenuto accanto al suo cadavere in Alaska, insieme a una copia di Walden - facevano da contraltare alle testimonianze di chi aveva conosciuto direttamente Christopher nel suo viaggio esistenziale in Alaska.

Una storia così potente da aver conquistato tanti lettori appassionati, fra cui chi scrive e soprattutto uno spirito libero come Sean Penn, che proprio dieci anni fa decise di portare al cinema Into the Wild, dal titolo originale del libro. O meglio, lui avrebbe voluto farlo molto prima, vista la passione con cui aveva affrontato la storia di Chris, ma la famiglia McCandless non era certo entusiasta all’idea di cedere i diritti cinematografici e trasformare la vicenda del figlio scomparso in un film. Sean Penn è notoriamente un tipo ostinato, non facile a cedere se qualcosa l’appassiona, e dieci anni dopo è riuscito nell’opera di convincimento. Il ruolo di Chris fu affidato a Emile Hirsch, californiano come lui, dal carattere ribelle, onorato di poterlo interpretare. Un ruolo che gli ha fatto vincere il premio come miglior attore secondo il National Board of Review.

Non è stato facile, però, convincere Sean Penn, arrivato alla sua quarta regia. Quest’ultimo, infatti, ha voluto mettere alla prova il giovane attore per mesi, per accertarsi delle sue capacità di affrontare un’intensa pressione psicologica, oltre che uno sforzo fisico che lo ha portato a perdere 20 chili su una costituzione già longilinea, arrivando a 52 chili, ai limiti della denutrizione. Per non parlare dell’allenamento necessario alla vita nella natura selvaggia, come l’apprendimento da veri cacciatori della giusta tecnica per uccidere un alce e scuoiarne la carcassa o la discesa in kayak lungo le rapide di un torrente, ovviamente senza l’aiuto di uno stunt-man.

Non fu una produzione facile, quella di Into the Wild, che richiese otto mesi di lavoro in ben 36 location, in condizioni estreme: dal caldo torrido del deserto del Nevada alle nevi del monte Denali (già McKinley), con 6190 metri s.l.m. il più alto del continente nordamericano. La troupe fu scelta con grande cura; alla fotografia Penn chiamò Eric Gautier, che aveva lavorato in un altro film on the road come I diari della motocicletta di Walter Salles, i costumi furono affidati a Mary Claire Hannan, la scenografia a Derek R. Hill, che mise molta cura - "per non mancare di rispetto a Chris e alla famiglia" - nel ricostruire nei minimi dettagli il Magic Bus, il vecchio autobus degli anni quaranta che si trova ancora oggi in Alaska, all’interno del quale Chris visse i suoi ultimi giorni, diventato successivamente un luogo di pellegrinaggio da parte di molti appassionati. È impossibile, poi, non ricordare il valore aggiunto delle straordinarie canzoni originali scritte e interpretate da Eddie Vedder per l’occasione, riunite poi in un album dal titolo proprio Into the Wild. Il brano Guaranteed, in particolare, vinse il Golden Globe per la miglior canzone originale. Saremmo onorati se voleste accompagnare la lettura di questo ricordo, a dieci anni di distanza, proprio con le note di Vedder.

Into the Wild fu un discreto successo, con 56 milioni di dollari incassati in tutto il mondo, ma è negli anni successivi che si è costruito lo status di culto, coinvolgendo milioni di persone in tutto il mondo, sedotte dalla figura di Chris McCandless, dalla sua voglia di vivere la vita in maniera diversa, senza adeguarsi ai ritmi della contemporaneità. Ma la qualità del lavoro di Sean Penn sta nell’aver raccontato la sua storia con grande sensibilità, ma senza farlo apparire come una specie di eroico martire del mondo di oggi, non nascondendone le contraddizioni. Un cinema politico, a suo modo, un intellettuale che ha sempre cercato la propria via, a costo di rompere con le idee tradizionali, proponendo una sua visione sociale e politica spesso lontana da quella veicolata da Hollywood. In questo senso possiamo parlare di cinema veramente indipendente, non per degli stilemi di racconto, anche formali, ormai codificati e ben poco dirompenti, ma per la proposta di un modo diverso, alternativo, di vedere la settima arte e il mondo. Un insegnamento ripreso da pochi altri autori, per lo più donne, nel panorama americano. Pensiamo a nomi come Kelly Reichardt e soprattutto Debra Granik. Un’autrice ben poco prolifica che meriterebbe più attenzione.

Nata a pochi chilometri di distanza da Henry David Thoreau, cresciuta nella zona di Washington, laureata in Scienze politiche, ha diretto solo tre film in quindici anni. Ma sono tre lavori notevoli, che hanno lanciato tre eccellenti protagoniste: Vera Farmiga in Down to the Bone (2004), vincitore al Sundance; Jennifer Lawrence in Un gelido inverno (2010), con trionfo di premi al Sundance, a Torino, agli Independent Spirit Awards e quattro nomination agli Oscar, fra cui la prima della giovane attrice; infine, arriva ora al cinema Senza lasciare traccia che, ne siamo sicuri, lancerà un altro talento cristallino, quello di Thomasin McKenzie, proveniente dalla Nuova Zelanda.

Si tratta di un film che sarebbe tanto piaciuto a Thoreau, raccontando della "vita nei boschi" di un padre e una figlia, in cerca di un modo diverso di intendere l’esistenza, di una povertà materiale che permetta di trarre la gioia massima dalle piccole cose. Ben Foster si conferma uno dei maggiori talenti nascosti del cinema americano, perfetto nei panni di un reduce di guerra che non tollera più la vita moderna, la compagnia di altre persone che non siano la figlia, che però questo stile di vita non l’ha scelto. Anche qui non ci sono eroi e antieroi, ma solitudini e ferite da rimarginare, ognuno a modo suo, possibilmente senza farsi troppo del male, ma guardandosi negli occhi e cercando di comprendersi.

Senza lasciare traccia sarà nelle sale italiane l’8 novembre, distribuito da Adler Entertainment.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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